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“Ehi tu, a che gioco giochi?”

C’è qualcuno che all’interno di una relazione di coppia non ha mai pronunciato (o almeno pensato di pronunciare) questa frase? Ne sarei alquanto stupita…

Smascherare il gioco del partner (e solitamente mentre pronunciamo la fatidica frase abbiamo già in mano, o pensiamo di avere, la prova dell’altrui colpevolezza) è uno degli “sport” preferiti dell’essere umano. Adesso usate un minuto del vostro tempo per immaginare un film (non necessariamente una storia d’amore), visualizzate il protagonista mentre dice: “Ehi tu, a che gioco giochi?”. Fatto? Ok, ora soffermatevi sulle caratteristiche del personaggio che avete visualizzato. E’ piuttosto probabile, che si tratti di un eroe o di un’eroina, di un uomo o una donna particolarmente coraggiosi e, all’interno della trama del film, sicuramente vincenti.

Ma siamo sicuri che è così “vincente” all’interno di una relazione inchiodare l’altro ai suoi errori? Probabilmente la risposta (e tutti noi lo abbiamo sperimentato empiricamente) è no. E allora perché continuiamo a farlo?

Prima di rispondere a questa ardua domanda analizziamo, usando sempre il paradigma teorico dell’Analisi Transazionale, il concetto di Berne di “Gioco” psicologico.
Berne definisce il gioco come “una serie progressiva di transazioni ulteriori complementari rivolte a un risultato definito e prevedibile”.
Per comprendere questa definizione è necessario introdurre il concetto di transazione. Le relazioni interpersonali costituiscono il nucleo dell’esistenza di ogni uomo. La teoria dell’attaccamento, che è nata come integrazione di teorie etologiche, evoluzionistiche, psicanalitiche e cognitive, postula una predisposizione innata di ogni individuo a entrare (e rimanere) in relazione con gli altri.
Nell’AT, le relazioni e le comunicazioni interpersonali possono essere analizzate utilizzando il concetto di transazione.
La transazione è uno scambio comunicativo e rappresenta l’unità del rapporto sociale (Berne, 1964).
Un gioco include transazioni tra le persone in cui c’è una differenza tra livello sociale manifesto e livello psicologico nascosto.
Nei rapporti interpersonali i giochi sono molto frequenti, anche se agiti al di fuori della consapevolezza; la maggior parte delle persone gioca un numero limitato di giochi “preferiti” che confermano gli assunti di base del copione, ovvero le convinzioni su se stessi, sugli altri e sul mondo (ad es. “Io mi faccio in quattro per tutti, gli altri svalutano i miei sentimenti, il mondo è proprio un brutto posto…”)
Ogni gioco, in base alle conseguenze che comporta, può essere classificato in gioco di 1° grado: il disagio avvertito dai giocatori è lieve e condivisibile all’interno del proprio ambiente sociale; gioco di 2° grado: le conseguenze sono spiacevoli e i giocatori si impegnano a non lasciarli trapelare nel loro ambiente sociale; gioco di 3° grado: le conseguenze sono molto gravi sia a livello emotivo che fisico e mettono a rischio la vita stessa della persona.
In AT sono stati proposti diversi modi di analizzare i giochi: l’Analisi formale descritta da Berne in “A che gioco giochiamo” (1964) e in “Ciao e poi” (1979), individua in ogni gioco una sequenza fissa di sei fasi definita formula “G” (Gancio + Anello = Risposta > Scambio > Incrocio > Tornaconto); il diagramma delle simbiosi si basa invece sull’ipotesi che ogni gioco implichi un tentativo di mantenere una relazione simbiotica. (per approfondimenti vedere Schiff & Schiff 1971).

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