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Cherofobia: la paura della felicità

L’auto-sabotaggio a un passo dal traguardo.

Dopo vari anni di esperienza clinica penso di poter dire che ne soffre una parte consistente di pazienti e non pazienti (solo che i primi, avendo la motivazione a guardarsi dentro e a mettersi in gioco, entrando in contatto con i labirinti del proprio universo emotivo, hanno qualche possibilità in più di venirne a capo….. )

Parola sconosciuta ai più, resa virale qualche giorno fa da una giovane cantante, viene dal greco e possiamo tradurla letteralmente come “avversione alla felicità”.

La cherofobia è un atteggiamento, di natura preconscia (o totalmente inconscia) che fa sì che la persona si metta nella condizione di evitare esperienze che invocano emozioni positive.
Più comune nell’occidente e tra i giovani, per il resto è una fobia assolutamente democratica e ubiquitaria: non fa distinzione di ceto sociale e ancor meno di sesso.

Uno dei tanti motivi per cui la cherofobia può svilupparsi è la convinzione irrazionale che quando si diventerà felici, si verificheranno quanto prima eventi negativi che contamineranno quella felicità, in modo da pareggiare (come minimo!!!) i conti col fato.

Proviamo a spiegarla da un punto di vista Analitico-Transazionale.

Utilizzerei uno dei concetti-pilastro del modello AT: il copione.

“Il copione è un piano di vita che si basa su una decisione presa durante l’infanzia, rinforzata dai genitori, giustificata dagli eventi successivi e che culmina in una scelta definitiva” (Berne, 1968).

Nel tempo varie critiche sono state mosse a questa definizione, ritenuta troppo rigida e patoligizzante.

Fanita English (1988) per esempio considera deterministico l’approccio di Berne e preferisce parlare di copione come di uno schema esistenziale che aiuta (anche) nella comprensione della realtà che ci circonda.

Ne consegue che se per Berne lo scopo della terapia è l’autonomia dal copione, per la maggior parte degli Analisti Transazionali di nuova generazione (me compresa) l’obiettivo della terapia è l’autonomia da parti di copione, quelle che limitano l’espressione e l’auto-realizzazione della persona.

Ma torniamo a Berne e soffermiamoci su un aspetto del copione approfondito (secondo me in maniera magistrale) prima da lui e poi da Taibi Kahler: il processo di copione.

Il processo di copione riguarda il modo di vivere il copione nel tempo. Sebbene i piani di vita, essendo influenzati da tantissime variabili siano potenzialmente infiniti, secondo gli autori esistono solamente 6 tipi di copione, se prendiamo come riferimento il modo che la persona ha di approcciare al tempo.

Trovo che uno di questi, il copione DOPO, è fortemente collegato con il tema di questo articolo: la cherofobia.

Farò una breve disamina dei 6 copioni, ad ognuno dei quali Berne ha associato un mito greco, per poi soffermarmi in maniera più approfondita sul copione DOPO.

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I 6 COPIONI

 

COPIONE FINCHE’
Nel copione FINCHE’ la convinzione di fondo della persona è “Non potrò essere felice finchè…”.
E quindi “Non potrò essere felice finchè… non mi sarò laureato, non avrò incontrato l’anima gemella, non avrò figli, non sarò andato in pensione, mio figlio non si sarà sistemato, etc…”
Si vive proiettati in un futuro ipotetico iper-idealizzato, dimenticando le potenzialità del presente.
Come immagino intuirete, qualora si raggiunga l’obiettivo tanto agognato, lo schema prevede che si sposti il traguardo un po’ più in là….
Mi sono laureato? Ok, non potrò essere felice fino a quando non avrò finito il dottorato…. Ho finito il dottorato? Ok, sarò felice quando diventerò ricercatore, etc….
Il mito associato a questo copione è il mito di Ercole, che non sarebbe diventato un semidio fino al compimento delle 12 fatiche.

 

COPIONE MAI
L’idea sottostante al copione MAI è “Non posso avere proprio quello che più desidero…”
La persona nel copione MAI per esempio potrebbe affermare: “L’unico desiderio che ho è di trovare lavoro”, senza rendersi conto tuttavia che non sta attivando nessuna reale risorsa in quella direzione.
Tantalo è l’archetipo di questo tema: rimase in eterno affamato e assetato perché non mosse un passo né nella direzione dell’acqua, né nella direzione del cibo.

 

COPIONE SEMPRE
La persona in questo copione ha l’impressione di ripetere sempre lo stesso errore, di fare sempre la stessa strada, trovandosi puntualmente al punto di partenza.
Il mito greco di riferimento è quello di Aracne, costretta dalla punizione di Minerva a tessere una tela per l’eternità.

 

COPIONE QUASI
Chi è in questo copione si attiva molto (potremmo dire anche si sforza o si iper-attiva) per raggiungere i suoi importanti obiettivi, ma fallisce sempre a pochi metri dal traguardo.
Lo schema interno sembra essere: “Non ce l’ho fatta per poco, c’ero quasi riuscito, ma la prossima volta…. ”
Associato a questo tema c’è il mito di Sisifo, che spingeva un masso in salita lungo un pendio per vederlo immancabilmente rotolare giù ogni volta che si apprestava a raggiungere la cima.

 

COPIONE A FINALE APERTO
Questo copione assomiglia al copione FINCHE’ per il fatto di avere un particolare punto di cerniera, un momento topico nella percezione del tempo.
Se ne differenzia per il senso di vuoto che la persona sperimenta nel momento in cui si realizza ciò che aveva desiderato. Non c’è, come nel copione FINCHE’ un continuo spostamento di obiettivo, ma un senso di angoscia rispetto al proprio sé.
Es. “Adesso che i figli se ne sono andati via di casa, che sarà di me?
Chi è nel copione A FINALE APERTO guarda al futuro come se fosse un copione teatrale a cui l’autore ha dimenticato di scrivere il finale…”
Il mito greco associato a questo tema è quello di Filemene e Bauci, una coppia di anziani che, diversamente da altri, accoglieva gli déi che si presentavano loro sotto forma di stranieri stanchi del viaggio. In ricompensa della loro gentilezza gli déi allungarono loro la vita trasformandoli in alberi vicini coi rami intrecciati.

 

COPIONE DOPO
Ho scelto di trattare questo copione per ultimo (anche se nei manuali di AT viene citato dopo il copione FINCHE’) perché secondo me è quello più attinente al concetto di cherofobia.

Chi è nel copione DOPO è intrinsecamente convinto (e certo non basteranno argomentazioni razionali a dissuaderlo!?) che pagherà dopo (e con interessi da usuraio!!!) la felicità che sta sperimentando o che vorrebbe sperimentare.

Il mito collegato a questo copione è quello di Damocle.

Finché Damocle era inconsapevole della spada che aveva sospesa sopra la testa mangiava, beveva e si divertiva a più non posso; ma dal momento in cui vide la spada (e realizzò che poteva morire da un momento all’altro) non poté più essere felice.

Da cosa ha origine un copione DOPO?

Impossibile dirlo con certezza. Posso dire dalla mia esperienza clinica che è abbastanza tipico di persone, le cui famiglie di origine avevano un rapporto conflittuale col piacere (e per conflittuale intendo di negazione, di svalutazione, ma anche di iper-investimento).

Anche eventi traumatici possono avere il loro peso nello sviluppo della cherofobia. Se mi è capitato qualcosa di veramente brutto (per esempio un incidente) posso convincermi (e anche questo è un processo del tutto irrazionale, per certi versi potremmo dire folle) che l’unico modo per evitare un altro evento catastrofico è non sfidare la sorte con la mia “eccessiva” felicità.

E’ per questo che il cherofobico tiene un “basso profilo”, mantiene attivo un certo livello di nevrosi, nella convinzione che questo lo salverà da guai peggiori.

Come si interviene su un copione DOPO e quindi sulla cherofobia?

Senza dubbio “picconare” a colpi di logica un pensiero magico radicato nella persona (per i motivi più disparati e disperati) è una strategia assolutamente fallimentare.
Se avete mai provato a convincere qualcuno che ha paura di volare che l’aereo è il mezzo più sicuro del mondo, capirete le mie parole…

L’unica strategia è accogliere la “follia”, follia che tutti abbiamo dentro e che per fortuna utilizza un alfabeto (si spera) noto ai terapeuti.

L’obiettivo non è il contro-incantesimo, ma quello di accompagnare la persona nel lungo e tortuoso percorso di svincolo dalle proprie credenze irrazionali.

L’Analisi Transazionale utilizza delle tecniche specifiche per affrontare la cherofobia?

Direi che la “Ridecisione” (Goulding M. & Goulding R.; 1979) ben si presta a risolvere questo tipo di problema.

La ridecisione, più che una tecnica, è un vero e proprio approccio terapeutico che combina la teoria dell’AT con la prassi della Gestalt.

Si basa sulla convinzione che qualsiasi individuo prende delle decisioni durante l’infanzia o in momenti di forte stress, decisioni che in quel momento sono adattive e, potremmo dire, finalizzate alla stessa sopravvivenza, ma che poi risultano limitanti (pensate a una zaino di 30 kg, con dentro tenda a prova di ghiaccio, sacco a pelo e viveri per 2 settimane. In montagna è fondamentale, ma lo portereste con voi per andare a fare una passeggiata in centro?!).

Per uscire da ciò che noi Analisti Transazionali, come avrete capito, chiamiamo Copione la persona deve entrare in contatto con le emozioni autentiche che provò all’epoca della decisione, esprimerle e decidere (visto che quella scelta aveva un senso allora, ma oggi non lo ha più) una nuova strada per sé.

Questo può essere ottenuto rivivendo scene remote, arcaiche o anche fantastiche (es. i sogni) e mettendo in comunicazione con tecniche specifiche (una fra tutte la tecnica Gestaltica delle due sedie) parti di sé in conflitto.
Sembra semplice? Può diventarlo, ma solo in una fase avanzata della terapia.

Giusto per non fuorviare/illudere nessuno, direi che la ridecisione è un processo che può essere facilitato dal terapeuta soltanto dopo un ampio lavoro preliminare.

Per usare una metafora, ancora una volta sul volo (avrete capito che per me questo è stato un tema caldo…) la ridecisione è un po’ come il decollo di quell’aereo che ci porterà altrove. Tutti sappiamo che non è stato facile arrivare a prendere quell’aereo…

 

BIBLIOGRAFIA

– Berne, E. (1964), A che gioco giochiamo, Bompiani, Milano, 1968
– Cornell W.F – De Graaf A. -Thunnissen M. (2016), Dentro l’AT. Fondamenti e sviluppi dell’Analisi Transazionale, LAS, Roma, 2018
– English F. (1988) Whiter Scripts? Trad. it. Scilligo, P. – De Luca ,M. L.- Tosi, M.T. (Edd.) (1997), Analisi del copione strategie e tecniche di intervento, in “Teorie e Tecniche in Psicologia Clinica. Clinica Integrata- Unità 4”, Roma, IFREP
– Goulding R. and M. (1979), Il cambiamento di vita nella terapia ridecisionale, Astrolabio, Roma, 1983
– Kahler , T. (1978), Transactional Analysis Revisited, Human Development Pubblication, Little Rock
– Pearls F. S. & Hefferline R .F. & Goodman P; (1971).Teoria e pratica della terapia della Gestalt. Roma: Astrolabio

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Lavorare sui sogni in maniera gestaltica

“Sognare permette a ciascuno di noi di essere tranquillamente e veramente folle, ogni notte della nostra vita”  William Dement

Analizzare i sogni durante un percorso terapeutico è spesso un’esperienza entusiasmante (non solo per il paziente, ma anche per il terapeuta!!!).
Rivivere le emozioni del sogno, cogliere il senso del messaggio onirico e collegarlo all’esperienza di vita attuale significa fare un viaggio insieme che spesso culmina nella scoperta di un tesoro. Immagina una nave fantastica che ti permette di attraversare luoghi che mai avresti immaginato…

Prima di proporre un esempio, tratto dalla mia esperienza personale, farò una breve sintesi (che chi vuole può saltare!) sulla funzione del sogno, su cosa intendo per interpretazione e sull’approccio che utilizzo in terapia per lavorare sui sogni.

Il sogno è l’attività psichica che si svolge durante il sonno. Secondo Jung tale attività ha un obiettivo di autoregolazione e di creazione di benessere: attraverso la funzione compensativa il sogno armonizza la psiche facendo riemergere tutto ciò che è ignorato, trascurato o represso nella veglia; mediante la funzione prospettica il sogno anticipa nell’inconscio ciò che verrà attuato in futuro a livello conscio (il sogno non è profetico in senso letterale, ma svela piani intuitivi per arrivare a obiettivi desiderabili).

I sogni sono una fonte importante e molto ricca di conoscenza del nostro modo di essere, sono una risorsa per spiegare e capire il passato, il presente e per intuire verso quali orizzonti ci stiamo dirigendo.
Ogni persona rielabora e ritrasforma le specificazioni astratte esistenti valendosi di stimoli sensoriali presenti, memorie del passato e intenzioni prospettiche. Proprio in virtù di questo il sogno è creazione originale della persona che sogna.

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Qualunque tipo di interpretazione non può prescindere da questa soggettività, non può esistere una traduzione meccanica di simboli in significati che non tenga conto dell’unicità dell’individuo e del contesto di vita del sognatore. Proprio perché il messaggio onirico si esprime simbolicamente, la ricchezza di significato è tale che qualsiasi interpretazione meramente analitica risulta riduzionistica. Il sogno parla il linguaggio del simbolo e non del segno. “Voler tradurre il simbolo in segno significa privarlo della sua vitalità e della sua immensa ricchezza.” (Scilligo 1996)

Inoltre il significato ricercato cambia radicalmente in base alla concezione del sogno a cui si fa riferimento: l’interpretazione freudiana, che pone l’accento sui desideri inconsci minacciosi e sui meccanismi di difesa, sarà diversa dall’interpretazione dell’analista junghiano, che invece enfatizza la funzione omeostastica del sogno, o ancora dell’analista adleriano che considera l’attività psichica nel sonno come un’arena simbolica nella quale affrontare il futuro.

Personalmente la concezione che preferisco è quella gestaltica che vede nel sogno la comunicazione più autentica disponibile alla persona per dirsi le cose che non è mai riuscita a dirsi, presentando se stessa in tante forme quante possono essere le parti del sogno: ogni parte del sogno (sia essa una persona, un animale o un semplice oggetto) è un’espressione di noi.

Il ruolo del terapeuta che deriva da questa concezione è quello di facilitare la ricerca dei significati del paziente accompagnandolo mentre rivive in terapia gli elementi del sogno e le emozioni ad esse correlate. L’interpretazione deve servire a facilitare il contatto del paziente con se stesso e non essere un processo di attribuzione di senso imposta dall’esterno.

Scrive Scilligo:” L’interpretazione e il lavoro sul sogno non fanno parte di un’arte divinatoria che dà soluzioni precostituite ai conflitti e ai problemi della vita quotidiana; concepiamo il lavoro sui sogni come strumento per attuare intenzioni, grazie alle informazioni storiche e evolutive contenute nel sogno riguardanti le cause di alcune condizioni del comportamento attuale, grazie a una gamma di possibili scelte proposte creativamente dall’attività onirica e grazie all’aiuto derivante da conoscenze funzionali sulla realtà attuale, trattenute nell’inconscio e manifestate attraverso il simbolismo onirico. Inoltre l’interpretazione emerge dalla consapevolezza di chi sogna e non dalle letture interpretative esterne di chi ascolta il sogno.

In ultima analisi il sogno è la via regia al conscio e alla responsabilità nelle scelte della vita conscia.”

La tecnica gestaltica che prevalentemente utilizzo nel lavoro sui sogni è quella della drammatizzazione.

Un modo veramente efficace per arrivare a cogliere il significato personale del sogno è quello di riviverlo: dopo aver dedicato qualche minuto a tecniche di rilassamento (prevalentemente focalizzate sulla respirazione) chiedo al paziente di impersonare le diverse parti del sogno e prendo nota di ciò che esprime verbalmente e non verbalmente. Se il sogno è preso come un messaggio sconosciuto, il riviverlo drammaticamente come su un palcoscenico favorisce la scoperta del senso e delle intenzionalità, espande i significati e provoca processi di integrazione degli opposti. Nella drammatizzazione lo scopo fondamentale non è quello di interpretare il passato, ma di cogliere il messaggio che la persona si dà e eventualmente consolidare integrazioni di parti di sé (spesso già iniziate durante il processo terapeutico).

Molte cose ci sarebbero da dire su un argomento così interessante, ma forse il modo migliore per spiegare come lavoro sui sogni è raccontarne direttamente uno e descrivere i miei interventi.

S. è una paziente di 38 anni che vedo da 7 mesi.
Dopo essersi sdraiata sul lettino si prende un paio di minuti per concentrarsi solo sul suo respiro (sulla pancia che si riempie e si svuota, ritmicamente), poi comincia a raccontarmi il suo sogno:

“E’ una bella giornata di sole estiva, in cielo non c’è una nuvola. Io sto camminando su una strada del quartiere dove sono nata e cresciuta e in cui tuttora vive la mia famiglia.

C’è abbastanza gente in giro, probabilmente è l’ora in cui molti finiscono di lavorare e altri, i più anziani, escono di casa per prendere un po’ di fresco.

D’un tratto, all’altezza del gommista vedo qualcosa nello spazio tra la serranda e il muro: è un topo! Ed è incastrato nell’intercapedine. I più non se ne accorgono, altri lo notano e tirano avanti, io mi domando se è ancora vivo.

C’è anche la signora P., che abita nel palazzo dei miei e che probabilmente considera la questione un diversivo della sua routine.

Si è formato un piccolo capannello di persone, più sento parlare la gente più mi sale l’angoscia per il topo, è lì da troppo tempo.

Lo fisso e in cuor mio spero che sia già morto, almeno eviterebbe di soffrire. Cerco dei dettagli per capire: mi sembra che le zampe si muovano ancora…a questo punto mi sveglio”.

Io: “Con che emozione ti sei svegliata?”

S: “Mi sono sentita molto angosciata, con un grande senso di colpa…”

Io: “Senso di colpa per cosa?”

S: “Per il topo, era un topo orrendo, ma comunque un essere umano (qui il lapsus è già significativo!!!), chissà quanto si deve essere sentito solo e spaesato…”

Io: “Oltre al topo ci sono degli altri elementi che ti colpiscono in questo sogno?”

S: ” Beh… il muro dentro il quale il topo è incastrato e la gente che passa indifferente”

Io: “Ok. Adesso iniziamo a drammatizzare le parti del sogno. Sii il sole, parla in prima persona e descriviti come sole.”

S: “E’ stata una buona giornata, sono stato sole pieno tutto il dì, adesso mi sto per ritirare. Me lo merito proprio: ho fatto il mio dovere, non so cosa succede là sotto, ma non mi riguarda né mi interessa.”

Io: “C’è qualcosa di altro che vuoi aggiungere?”

S: “No, direi che va bene così.”

Io: “Ok. Adesso impersona qualcuno dei passanti”

S: “Sono la signora P., abito nel palazzo della mamma di S., la conosco da una vita. Incontro S. sulla via, davanti al gommista, la vedo che fissa un punto e mi dice che c’è un topo incastrato tra la serranda e il muro. Io non

lo vedo ‘sto topo e poi non capisco perché s’angoscia tanto, mica sta a casa sua!!!

Io: “A lei signora P. i topi fanno paura?”

S: “No no, io sono una donna pratica, se il topo fosse stato a casa mia avrei trovato il modo di liberarmene, ma siccome è in mezzo alla strada non capisco proprio qual’é il problema. Questa ragazza è troppo sensibile.”

Io: “A cosa?”

S: “Così in generale.”

Io: “Va bene S. adesso sii il muro nel quale è incastrato il topo.”

S: “Sono un muro solido, sto qui da tanto tempo. Sono bianco, ma sporco per lo smog e per l’usura. Nessuno mi ha mai pulito, ma tutti sanno che sono qui, immobile.”

Io: “Cosa pensi del topolino incastrato di sotto?”

S:”Lo vedo si, ma non mi cambia niente, non è una cosa di cui mi devo occupare io, sono già stanco così. Per me può morire oppure no, fa lo stesso.

Io: “Ok. Adesso sii il topo incastrato.”

S: “Sono più grande della media dei topi, è per questo che mi sono incastrato. Ho un bel pelo, le zampette curate e un bel musino.”

Io: “Da dove vieni?”

S: “Ho sempre abitato da queste parti, ma qui ci sono venuto da solo, non so come sono arrivato, il branco non è qui con me. Ho fatto male i calcoli, mi sembrava di poterci passare e invece sono rimasto incastrato.”

Io: “Hai dolore? Riesci a muoverti?”

S: “Mi fanno male le zampe non riesco a più a muovermi nonostante gli sforzi. Sto per morire…”

Io: “Ora impersona te stessa nel sogno. Quanti anni hai? Prova a descriverti”

S: “Ho la mia età e sono vestita in maniera normale, non do nell’occhio, non sono appariscente. Mi sento molto angosciata per questo povero topo che forse non ce la farà e di cui nessuno si preoccupa.”

Io: “Te ne stai preoccupando tu, che cosa puoi fare per lui?”

S: “Forse se io con il piede alzassi appena un po’ la serranda potrebbe disincastrarsi.”

Io: “Ti va di provare a farlo?”

S: “Si”

Io: Ok (aspetto un po’ di tempo in modo che S. possa visualizzare la scena in cui libera il topo)

S: “Ce l’ho fatta!”

Io: “Che te ne sembra del topino? Come sta?”

S: “E’ un po’ malandato, ma credo che si riprenderà, è un topo forte….

A questo punto lascio che S. si rilassi qualche minuto sul lettino, le do l’indicazione di alzarsi con calma (prendendosi il tempo di cui ha bisogno) e di riprendere il suo posto sulla poltrona.

Io: “Come ti senti?”

S: “Rilassata, più leggera e molto contenta di aver fatto questo lavoro.”

Analizziamo i vari elementi del sogno, domando a S. di fare riferimento al contesto della sua vita attuale: che cosa simboleggiano le parti impersonate?

In questa fase è essenziale che il terapeuta stimoli il paziente a fare associazioni e a trovare dei collegamenti, tuttavia il titolare del sogno continua ad essere il paziente: anche se ho in mente delle ipotesi e pongo domande seguendo il filo delle mie intuizioni, devo tenere a mente che sarà lei /lui a trovare il bandolo della sua personale matassa.

A questo proposito per me è stato illuminante vedere alcuni terapeuti lavorare sui sogni durante il mio percorso di specializzazione. Scilligo in particolare lavorava in maniera gestaltica sui sogni. All’inizio trovavo incredibile che non chiedesse al sognatore nessuna informazione sulla sua storia personale, poi col tempo ho capito che non ne aveva bisogno: attraverso la drammatizzazione tutto ciò che è rilevante emerge e acquisisce senso per l’autore del sogno e per il terapeuta.

Ma ritorniamo al sogno di S.

Cosa rappresenta per lei il topo? Che simboleggia il sole? E il muro? Qual è il significato della gente che passa indifferente?
La signora si è resa conto già prima che finisse di drammatizzare il sogno che quel topo era un pezzo importante di sé: “Sono io col mio problema, i miei scheletri nell’armadio, la parte che mai vorrei mostrare di me, quella che senza dubbio gli altri considerano schifosa”. Stimolo S. a vedere come nel sogno sia molto preoccupata per questo topolino, che suscita in lei tenerezza (anziché schifo) e desiderio di accudimento. Sembra proprio che del suo “problema” si voglia occupare in maniera amorevole. Essere in terapia, imparare ad accogliere gli aspetti critici del proprio funzionamento anziché giudicarli: ecco quello che in questo momento S. desidera e in cui decide di investire le proprie energie.

Nel sogno tuttavia la paziente, pur volendo liberare il topo incastrato, non sembra sicura di potercela fare e non sa come farlo. Il mio primo intervento (“Che cosa puoi fare per lui?”) non le offre una soluzione precostituita al problema, ma la stimola a trovare un suo modo. Una volta che la soluzione è stata pensata (e non è una soluzione da bacchetta magica, ma una soluzione concreta e alla sua portata!), l’intervento successivo (“Ti va di provare a farlo?”) è un’esortazione a passare all’azione, che la signora è ben contenta di recepire.

Il suo commento finale (“…si riprenderà, è un topo forte”) è una “carezza” che S. decide di regalarsi, un modo per incoraggiarsi e per dire a se stessa: “Io ce la farò”.

E le altre parti del sogno cosa simboleggiavano? Secondo S. il sole stava a significare il senso del dovere che, in questa fase della sua vita, sta caratterizzando le giornate più di qualunque altra cosa; il muro simboleggiava l’immobilismo, la percezione delle cose che non possono cambiare e il conseguente vissuto di stanchezza e mancanza di speranza; la gente infine descriveva il senso comune, le interpretazioni letterali, il vivere pratico orientato al fare e mai all’introspezione, un modo di intendere la vita con cui S. assolutamente non si riconosce e da cui vuole differenziarsi.

Prima di concludere questa breve analisi del sogno della paziente, voglio soffermarmi un momento sul contratto terapeutico di S., (ovvero l’obiettivo che con la terapia si vuole raggiungere), da lei così formulato: “Voglio mettermi in gioco, voglio concedermi, voglio permettere agli altri di arrivarmi vicino, voglio sentirmi tranquilla nel mostrare anche le mie debolezze”. Credo che il lavoro su questo sogno sia stato in linea con il contratto terapeutico della paziente e che abbia rappresentato un passo molto importante nel suo percorso personale. Volendo sintetizzare il messaggio di questo sogno direi che parla di accoglienza di sé e di fiducia nel proprio futuro, quindi di rinascita e di primavera.

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