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Cherofobia: la paura della felicità

L’auto-sabotaggio a un passo dal traguardo.

Dopo vari anni di esperienza clinica penso di poter dire che ne soffre una parte consistente di pazienti e non pazienti (solo che i primi, avendo la motivazione a guardarsi dentro e a mettersi in gioco, entrando in contatto con i labirinti del proprio universo emotivo, hanno qualche possibilità in più di venirne a capo….. )

Parola sconosciuta ai più, resa virale qualche giorno fa da una giovane cantante, viene dal greco e possiamo tradurla letteralmente come “avversione alla felicità”.

La cherofobia è un atteggiamento, di natura preconscia (o totalmente inconscia) che fa sì che la persona si metta nella condizione di evitare esperienze che invocano emozioni positive.
Più comune nell’occidente e tra i giovani, per il resto è una fobia assolutamente democratica e ubiquitaria: non fa distinzione di ceto sociale e ancor meno di sesso.

Uno dei tanti motivi per cui la cherofobia può svilupparsi è la convinzione irrazionale che quando si diventerà felici, si verificheranno quanto prima eventi negativi che contamineranno quella felicità, in modo da pareggiare (come minimo!!!) i conti col fato.

Proviamo a spiegarla da un punto di vista Analitico-Transazionale.

Utilizzerei uno dei concetti-pilastro del modello AT: il copione.

“Il copione è un piano di vita che si basa su una decisione presa durante l’infanzia, rinforzata dai genitori, giustificata dagli eventi successivi e che culmina in una scelta definitiva” (Berne, 1968).

Nel tempo varie critiche sono state mosse a questa definizione, ritenuta troppo rigida e patoligizzante.

Fanita English (1988) per esempio considera deterministico l’approccio di Berne e preferisce parlare di copione come di uno schema esistenziale che aiuta (anche) nella comprensione della realtà che ci circonda.

Ne consegue che se per Berne lo scopo della terapia è l’autonomia dal copione, per la maggior parte degli Analisti Transazionali di nuova generazione (me compresa) l’obiettivo della terapia è l’autonomia da parti di copione, quelle che limitano l’espressione e l’auto-realizzazione della persona.

Ma torniamo a Berne e soffermiamoci su un aspetto del copione approfondito (secondo me in maniera magistrale) prima da lui e poi da Taibi Kahler: il processo di copione.

Il processo di copione riguarda il modo di vivere il copione nel tempo. Sebbene i piani di vita, essendo influenzati da tantissime variabili siano potenzialmente infiniti, secondo gli autori esistono solamente 6 tipi di copione, se prendiamo come riferimento il modo che la persona ha di approcciare al tempo.

Trovo che uno di questi, il copione DOPO, è fortemente collegato con il tema di questo articolo: la cherofobia.

Farò una breve disamina dei 6 copioni, ad ognuno dei quali Berne ha associato un mito greco, per poi soffermarmi in maniera più approfondita sul copione DOPO.

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Guarire dal copione

Molto precocemente ogni bambino assume convinzioni su se stesso e sulla gente. E’ probabile che queste convinzioni (che possiamo riassumere sinteticamente nel modo seguente: 1) Io sono Ok; 2) Io non sono Ok; 3) Tu sei Ok; 4) Tu non sei Ok;) lo accompagneranno tutta la vita.

In AT queste convinzione di base su sé e gli altri è definita posizione di vita e viene usata per giustificare le proprie decisioni e i propri comportamenti. Rappresenta la posizione fondamentale che una persona assume circa il valore essenziale che percepisce in sé e negli altri.Scrive Berne (1972): “Sulla base di queste convinzioni egli costruisce la sua scelta di vita. “E’ un mondo buono, un giorno lo renderò migliore” (con la scienza, la dedizione, la poesia o la musica). “E’ un mondo cattivo, un giorno o l’altro mi ucciderò” (o ucciderò qualcun altro, impazzirò o mi rinchiuderò in me stesso). Forse è un mondo mediocre in cui fai quello che devi fare, e nel frattempo ti diverti; o è un mondo brutale, in cui fai bene a metterti su un colletto bianco e a confondere le carte al prossimo; oppure è un mondo duro, in cui per tutta la vita dai di ramazza, ti inchini mercanteggi, ti agiti e combatti; o un mondo cupo, in cui te ne stai seduto in un bar e speri; o un mondo futile, in cui ti lasci andare…” (1972; pp.55).

Una volta che una persona definisce il suo copione, partendo da alcune decisioni prese durante l’infanzia (probabilmente adattive in quel momento e in quel contesto), costituisce uno schema di riferimento sovra-ordinato che filtra le esperienze della vita. Di conseguenza sia la formazione della personalità, sia la eventuale sintomatologia della psicopatologia, derivano da decisioni prese nell’infanzia, che allo stato attuale, della vita adulta, possono essere modificate.

Quando ci si trova nel copione si tenta di risolvere le situazioni attuali riciclando una strategia infantile ormai inadeguata. La persona ad esempio può essersi accorta nei primi anni di vita che all’interno della famiglia certe emozioni sono approvate mentre altre sono proibite. Per ottenere “carezze” può darsi che nel passato abbia deciso (inconsapevolmente) di sentire solo ciò che è permesso (per assicurarsi l’affetto della persona significativa); oggi, tuttavia potrebbe continuare a non provare alcune emozioni, anche se non c’è nessun condizionamento esterno.

Chi è nel copione tende (ancora una volta al di fuori della consapevolezza) a mettere in atto sequenze ripetitive di transazioni nelle quali entrambe le parti finiscono per sperimentare sentimenti di frustrazione. Tali sequenze prendono il nome di giochi.

 

L’AT, come metodo di trattamento, ha come obiettivo l’autonomia dal copione.

 

Nella mia pratica clinica ho come obiettivo di aiutare il paziente a divenire consapevole di quelli che sono gli schemi del suo copione, nonchè a comprendere a quali ingiunzioni e controingiunzioni egli sta ancora obbedendo, boicottando il proprio potenziale positivo. Ho potuto riscontrare che, sebbene le convinzioni di copione siano molto radicate nel soggetto, esse possono essere contrastate da una altrettanto forte motivazione al cambiamento, determinata dall’insoddisfazione e dalla sofferenza per lo stato attuale. Il paziente può scoprire come oggi, in una situazione in cui non è più vulnerabile come quando era bambino, è in grado di individuare e mettere in atto nuovi modi di pensare, sentire ed agire, quindi di soddisfare i suoi bisogni autentici.
II ruolo che ho come terapeuta è di a iutare il paziente a trovare ciò che realmente vuole, chiarendo i conflitti interni che sono all’origine del suo disagio e della sua confusione. Il suo ruolo invece, è quello di ascoltarsi e osservarsi per scoprire in che modo si blocca. Ciò lo aiuta a uscire dalla posizione di vittima (del copione) e gli permette di sentirsi finalmente agente della sua vita.

 

BIBLIOGRAFIA

– Berne, E. (1971), Analisi Transazionale e psicoterapia: un sistema di psichiatria sociale e individuale, Roma, Astrolabio.

– Cavallero, G.C. (1994) L’Ideale dell’Io: un contributo alla teoria del copione. Atti del Convegno Nazionale di Analisi Transazionale. Bari 29
aprile-1 maggio. Roma: SIAT.

– Cavallero, G.C. (1997) Copione e sviluppo del Sé.

Quaderni di psicologia, analisi transazionale e scienze umane, 22, 137-149.

– De Luca, M. L.- Marletta, D. (1988), La rilevazione del copione: la scena infantile e il questionario, in Scilligo, P. – De Luca ,M. L.- Tosi, M.T. (Edd.) (1997), Analisi del copione strategie e tecniche di intervento, in “Teorie e Tecniche in Psicologia Clinica. Clinica Integrata- Unità 4”, Roma, IFREP