Autore: Fra

TA Treatment of Depression: A Hermeneutic Single-Case Efficacy Design Study

Abstract

This study is the sixth of a series of seven and belongs to the second Italian systematic replication of findings from previous series that investigated the effectiveness of a manualized transactional analysis treatment for depression through Hermeneutic Single-Case Efficacy Design. The therapist was a white Italian woman with 10 years of clinical experience and the client, Beatrice, was a 45-year old white Italian woman who attended sixteen sessions of transactional analysis psychotherapy. Beatrice satisfied DSM 5 criteria for Major Depressive Disorder, Anxious Distress, with Dependent and Histrionic Personality Traits. The judges evaluated the case as a good outcome: the depressive and anxious symptomatology clinically and reliably improved over the course of the therapy and these improvements were maintained throughout the duration of the follow up intervals. Furthermore, the client reported significant change in her post-treatment interview and these changes were directly attributed to the therapy.

Key words

Systematic Case Study Research; Hermeneutic Single-Case Efficacy Design; Transactional Analysis Psychotherapy; Major Depressive Disorder; Anxious Distress; Dependent Personality Traits; Histrionic Personality Traits.

Introduction

This Hermeneutic Single-Case Efficacy Design (HSCED) is the sixth of a series of seven, and belongs to an Italian systematic replication of findings from previous case series (Widdowson 2012a, 2012b, 2012c, 2013, 2014; Benelli, 2016a, 2016b, 2016c, 2017a, 2017b, 2017c) and is conducted under the auspices of the project ‘Transactional Analysis meets Academic Research in order to become an Empirically Supported Treatment: an Italian two-year plan for publishing evidence of Transactional Analysis efficacy and effectiveness into worldwide recognized scientific journals’, funded by the European Association for Transactional Analysis (EATA). Previous publications have widely described the rationale for supporting by HSCED the accumulation of evidences of efficacy and effectiveness for those models of psychotherapy that are emerging or marginalized (Benelli, De Carlo, Biffi & McLeod, 2015) and specifically how this is important for recognition of TA and inclusion within the acknowledged treatments for common mental disorders (i.e., depression, anxiety and personality disorders) (Widdowson 2012a, 2012b, 2012c, 2013, 2014; Benelli, 2016a, 2016b, 2016c, 2017a, 2017b, 2017c).
The aim of this study was to investigate the effectiveness of the manualised TA treatment of depression (Widdowson, 2016) applied to a major depressive disorder in comorbidity with anxious distress. The quantitative primary outcomes investigated were depressive and anxious symptomatology, the secondary outcomes were global distress and client-generated personal problems, which were analysed both quantitatively and qualitatively.
The present study analyses the treatment of ‘Beatrice’, a 45-year-old Italian woman with diagnosis of major depressive disorder in comorbidity with anxious distress, dependent and histrionic personality disorder.

Ethical Considerations

The research protocol follows the requirements of the ethical code for Research in Psychotherapy of the Italian Association of Psychology, and the American Psychological Association guidelines on the rights and confidentiality of research participants. The research protocol has been approved by the Ethical Committee 9 (1), 42-63 https://doi.org/10.29044/v9i2p42
International Journal of Transactional Analysis Research & Practice Vol 9 No 2, December 2018 www.ijtarp.org Page 43
of the University of Padua. Before entering the treatment, clients received an information pack, including a detailed description of the research protocol, and they gave a signed informed consent and written permission to include segments of disguised transcripts of sessions or interviews within scientific articles or conference presentations. Patients were informed that they would have received therapy even if they decided not to participate in the research and that they were able to withdraw from the study at any point, without any negative impact on their therapy. All aspects of the case material were disguised, so that neither the client nor third parties are identifiable. All changes are made in such a way that does not lead the reader to draw false conclusions related to the described clinical phenomena. Finally, as a member checking procedure (Lincoln & Guba 1985), that is a qualitative research technique wherein the researcher compares her understanding of what an interview participant said or meant with the participant to ensure that the researcher’s interpretation is accurate, the final article in English language was presented to the client, who read the manuscript, amended it, and confirmed that it was a true and accurate record of the therapy and gave her final written consent for its publication. […]

 

Scarica l’articolo completo in PDF.

Categories: Uncategorized Tags: Tag:, ,

Fiducia primaria e secondaria

Guardate questo bambino, non è meraviglioso il suo abbandono?
Autori diversi chiamano tale predisposizione innata alla simbiosi fiducia primaria (Cavallero) o fiducia epistemica (Fonagy).

La “fiducia epistemica primaria” è definita «l’atteggiamento per il quale il bambino assume un orientamento pedagogico verso la comunicazione ostensiva dell’altro, trattandolo come il depositario di una conoscenza culturale rilevante» (G. Gergely, Z. Unoka,).
In altri termini, il bambino è in grado di individuare quale, tra le diverse figure d’accudimento quella più affidabile nel fornire indicazioni sconosciute. Ciò presuppone la disponibilità a dipendere da un’altra persona, a rendersi vulnerabile, a fidarsi dell’altro.

Già i primi studi etologici dimostrano che la fiducia epistemica o fiducia primaria è innata in quasi tutti gli animali (K. Lorenz).
Se il cucciolo non avesse questa spontanea attitudine a dipendere dall’altro non potrebbe sopravvivere un solo giorno!

É evidente come la fiducia epistemica possa essere compromessa qualora il bambino non individui nel suo ambiente figure affidabili e dal comportamento coerente. La distruzione della fiducia nei confronti della figura di attaccamento (o delle altre figure di attaccamento primario) può generare una sfiducia epistemica generalizzata che impedisce al soggetto di comprendere ed accettare la latente ambiguità dei rapporti interpersonali, di credere a quanto gli viene detto, diffidando degli intenzioni degli altri, a partire dalla credenza che le intenzioni dell’interlocutore siano diverse o comunque discordanti da quelle dichiarate. Di conseguenza i processi comunicativi sono disturbati e l’apprendimento dall’esperienza parzialmente negato dalla mancanza di fiducia nella conoscenza sociale.

Il costrutto di fiducia epistemica ha importanti ricadute dal punto di vista clinico, sia in ambito evolutivo che in diversi quadri psicopatologici in età adulta. Il paziente adulto con disturbo di personalità spesso non si fida degli altri, è ipervigilante, pronto a cogliere i minimi segnali che indicano la violazione della fiducia (ed in tal senso, antiresiliente o con ridotte abilità resilienti); di conseguenza il lavoro clinico, che si basa fondamentalmente sull’alleanza terapeutica, deve tenere questo aspetto in considerazione.

Se è vero che ogni essere umano nasce spontaneamente predisposto alla fiducia verso l’altro, è tuttavia innegabile che una funzione altrettanto adattiva è quella di sviluppare nel tempo la capacità di non dipendere totalmente e di ampliare man mano le aree di autonomia.
Ritornando all’etologia un cucciolo che non impara a leggere i segnali esterni e che considera illusoriamente il mondo un luogo senza pericoli campa assai poco…
Credo che questa metafora possa trovare un senso anche nelle relazioni sentimentali.
Certo si, sarebbe meraviglioso mantenere il privilegio di un rapporto di abbandono totale (tipo quello della foto) anche da adulti: avere una persona che si prende cura di noi come lo fa la mamma (o il papà) col suo neonato, affidarci completamente, non dubitare mai, sentire nel profondo che saremo amati incondizionatamente e per sempre.
Ma proviamo a metterci nei panni dell’altro, sarebbe ugualmente meraviglioso?
Esserci sempre e comunque, indipendentemente da come siamo trattati, dalle attenzioni che riceviamo, dalle strade che si dividono, dalle personalità che si modificano…
C’è qualcuno che sarebbe disposto a un simile atto di abnegazione (i più giovani direbbero a questo “accollo”?)
Probabilmente no. Per i romantici è un brutto colpo, ma forse è giusto così.
Le relazioni si basano su ciò che costruiamo giorno per giorno (come potrebbe essere altrimenti?) e non certo sulle aspettative e sulle idealizzazioni.
La fiducia nei rapporti è fondamentale, ma certo non possiamo chiedere a nessuno (né tantomeno qualcuno può chiederlo a noi) di esserci a prescindere.

Se dovessi pensare a un’immagine che descriva la vita insieme dopo l’innamoramento, alla fine della fase simbiotica, opterei per qualcosa che trasmette nello stesso tempo equilibrio e mutevolezza. Come questa foto.

Torniamo però al lavoro con i pazienti: come si interviene in psicoterapia rispetto ai problemi di fiducia relazionale?

Fonagy ha proposto, con le persone con tratti paranoidei un modello di relazione terapeutica centrato sull’obiettivo di ribaltare la sfiducia epistemica del paziente, riconoscendo e validando l’agentività del soggetto, ovvero la capacità di rappresentare nel profondo se stesso come agente intenzionale, dotato di sentimenti e di pensieri propri, e di agire intenzionalmente, attivamente e trasformativamente nel contesto in cui è inserito.
Così facendo, il paziente sarà facilitato ad abbandonare quella modalità rigida e schematica tipica dell’equivalenza psichica (in cui non possono essere prese in considerazione prospettive alternative alla propria) come modo di interpretare la propria soggettività e il comportamento altrui e muoverà verso la graduale acquisizione o il recupero dell’abilità di mentalizzazione. Il paziente diviene mano a mano in grado di percepire come significativo e prevedibile l’universo relazionale in cui è immerso. Ciò stimola lo sviluppo della funzione riflessiva e può, nel lungo periodo, ridurre la vulnerabilità generale dell’individuo, dandogli la possibilità di affrontare in modo più efficace e resiliente la complessità della vita sociale.
Nel caso in cui invece il problema del paziente con la fiducia sia di segno opposto nelle relazioni (eccesso di fiducia) l’intervento terapeutico avrà una funzione “destruttrante”.
E’ spesso il caso di pazienti che arrivano in terapia con un problema di dipendenza affettiva: iper-investono nel partner, lo considerano più competente, più abile, più capace di prendere decisioni e per questo finiscono con dargli in mano le “chiavi” della propria vita.
Non mi soffermerò sugli effetti (anche sociali) di una simile tendenza. Da un punto di vista psicologico possiamo dire che l’eccesso di fiducia nell’altro può portare a conseguenze molto pericolose, fino all’annullamento del sé.
L’obiettivo della terapia in questi casi sarà aiutare la persona a riconoscere e valorizzare le proprie risorse. Soltanto quando il paziente avrà acquisito fiducia in sé, consapevolezza nelle proprie abilità riprenderà in mano il volante della propria vita e sarà in grado di disinvestire (almeno parzialmente) nel partner.
Sarà allora possibile rifondare la relazione sulla reciprocità, sul mutuo supporto, ma anche sul gioco (e se si è in due a giocare è più divertente!!!) e sulla possibilità/ricchezza di avere opinioni diverse sulle cose.
Da un punto di vista analitico transazionale questo significa che si passa da una relazione simbiotica in cui il partner dipendente energizza prevalentemente lo stato dell’io Bambino e l’altro gli stati dell’Io Genitore e Adulto ad una relazione in cui tutti gli stati dell’Io della coppia (di entrambi i membri della coppia) possono, a seconda del momento e del contesto, ricevere energia.
E’ senz’altro vero che avere più opzioni può comportare delle difficoltà e che la coppia avrà bisogno di tempo per adeguarsi a questa complessità, ma è innegabile che c’è più bellezza (in senso lato) nella complessità…

 

BIBLIOGRAFIA

– Berne, E. (1962). Classification of positions. Transactional Analysis Bullettin, I (3), 23.
– Cavallero, G. C. (2015). Cambiamento e identità. Erikson, E. (1959). Identity and the Life Cycle. New York: Norton.
– Attanasio Romanini, S., Fornaro, A. (2012). Attaccamento e self-reparenting. Integrazione della A.A.I. nel processo clinico in AT. AT, 25(62), 80-113.
– Fonagy F., Gyorgy G., Regolazione affettiva, mentalizzazione e sviluppo del sé. Raffaello Cortina Editore,2005.
– G. Gergely, Z. Unoka,)  Attaccamento e mentalizzazione negli esseri umani, in E. L. Jurist, A. Slade, S. Bergner (2008), a cura di, Da mente a mente. Infant research, neuroscienze e psicoanalisi, trad. it. Milano, Raffaello Cortina, 2010, p.74).
– Konrad Lorenz, L’anello di Re Salomone, traduzione di Laura Schwarz, Biblioteca Adelphi, Adelphi, 1989, ISBN 88-459-0687-6.
– Miceli R., Il paradigma della fiducia epistemica nel bambino, La Stampa (28/8/2015)
– Van Der Hart O., Nijenhius E.R.S., Steele K., Fantasmi nel sé. Raffello Cortina Editore, 2011.

Scarica questo articolo in PDF

“Ehi tu, a che gioco giochi?”

C’è qualcuno che all’interno di una relazione di coppia non ha mai pronunciato (o almeno pensato di pronunciare) questa frase? Ne sarei alquanto stupita…

Smascherare il gioco del partner (e solitamente mentre pronunciamo la fatidica frase abbiamo già in mano, o pensiamo di avere, la prova dell’altrui colpevolezza) è uno degli “sport” preferiti dell’essere umano. Adesso usate un minuto del vostro tempo per immaginare un film (non necessariamente una storia d’amore), visualizzate il protagonista mentre dice: “Ehi tu, a che gioco giochi?”. Fatto? Ok, ora soffermatevi sulle caratteristiche del personaggio che avete visualizzato. E’ piuttosto probabile, che si tratti di un eroe o di un’eroina, di un uomo o una donna particolarmente coraggiosi e, all’interno della trama del film, sicuramente vincenti.

Ma siamo sicuri che è così “vincente” all’interno di una relazione inchiodare l’altro ai suoi errori? Probabilmente la risposta (e tutti noi lo abbiamo sperimentato empiricamente) è no. E allora perché continuiamo a farlo?

Prima di rispondere a questa ardua domanda analizziamo, usando sempre il paradigma teorico dell’Analisi Transazionale, il concetto di Berne di “Gioco” psicologico.
Berne definisce il gioco come “una serie progressiva di transazioni ulteriori complementari rivolte a un risultato definito e prevedibile”.
Per comprendere questa definizione è necessario introdurre il concetto di transazione. Le relazioni interpersonali costituiscono il nucleo dell’esistenza di ogni uomo. La teoria dell’attaccamento, che è nata come integrazione di teorie etologiche, evoluzionistiche, psicanalitiche e cognitive, postula una predisposizione innata di ogni individuo a entrare (e rimanere) in relazione con gli altri.
Nell’AT, le relazioni e le comunicazioni interpersonali possono essere analizzate utilizzando il concetto di transazione.
La transazione è uno scambio comunicativo e rappresenta l’unità del rapporto sociale (Berne, 1964).
Un gioco include transazioni tra le persone in cui c’è una differenza tra livello sociale manifesto e livello psicologico nascosto.
Nei rapporti interpersonali i giochi sono molto frequenti, anche se agiti al di fuori della consapevolezza; la maggior parte delle persone gioca un numero limitato di giochi “preferiti” che confermano gli assunti di base del copione, ovvero le convinzioni su se stessi, sugli altri e sul mondo (ad es. “Io mi faccio in quattro per tutti, gli altri svalutano i miei sentimenti, il mondo è proprio un brutto posto…”)
Ogni gioco, in base alle conseguenze che comporta, può essere classificato in gioco di 1° grado: il disagio avvertito dai giocatori è lieve e condivisibile all’interno del proprio ambiente sociale; gioco di 2° grado: le conseguenze sono spiacevoli e i giocatori si impegnano a non lasciarli trapelare nel loro ambiente sociale; gioco di 3° grado: le conseguenze sono molto gravi sia a livello emotivo che fisico e mettono a rischio la vita stessa della persona.
In AT sono stati proposti diversi modi di analizzare i giochi: l’Analisi formale descritta da Berne in “A che gioco giochiamo” (1964) e in “Ciao e poi” (1979), individua in ogni gioco una sequenza fissa di sei fasi definita formula “G” (Gancio + Anello = Risposta > Scambio > Incrocio > Tornaconto); il diagramma delle simbiosi si basa invece sull’ipotesi che ogni gioco implichi un tentativo di mantenere una relazione simbiotica. (per approfondimenti vedere Schiff & Schiff 1971).

[read more=”Leggi tutto…” less=”Leggi meno”]

 

E infine c’è il triangolo drammatico descritto da Karpman (1968). Soffermiamoci in particolare su questo concetto, che permette di esaminare le posizioni dei giocatori e gli scambi di ruolo per il pagamento del Tornaconto. Le posizioni individuate sono: Salvatore (percepisce gli altri in una posizione di inferiorità e offre aiuto loro ponendosi in una posizione di superiorità, di fatto svalutando la capacità dell’interlocutore di agire in maniera congrua alla situazione); Persecutore (percepisce gli altri in una posizione di inferiorità e li perseguita da una posizione di superiorità); Vittima (percepisce se stesso in una posizione di inferiorità e gli altri in una di superiorità).
Sia il Persecutore che il Salvatore considerano gli altri non OK, solo che il primo reagisce calpestandoli e sminuendoli, mentre il secondo agisce offrendo loro aiuto!
Entrambi, quindi, svalutano gli altri: svalutano la loro dignità e i loro diritti oppure svalutano la loro capacità di pensare da soli e di agire di propria iniziativa. La Vittima, invece, è una persona che si considera non OK e svaluta se stessa, cercando un complemento in P o in S. Ciò che accomuna questi ruoli è la mancanza di autenticità, perché quando una persona è in uno di questi ruoli non risponde nel qui ed ora, ma risponde come se fosse nel passato, utilizzando vecchie decisioni di copione prese da bambino.
Quello che è interessante in questa formulazione di Karpman è che a un certo punto si verifica nella dinamica del gioco un rovesciamento dei ruoli, che lascia tutti increduli, compresi gli stessi giocatori.
Nel gioco “Ti ho beccato figlio di puttana” (Berne 1964) ad esempio la persona che accusa parte da una posizione di Persecutore. Possiamo anche ipotizzare che prima, sopportando gli errori del partner, le sue negligenze, le bugie comprese, ma non svelate abbia svolto il ruolo di Salvatore (“Io ti cambierò, perdonerò tutti i tuoi errori, ti offrirò quella possibilità di redenzione che finora la vita ti ha negato).
Il proverbio della goccia che fa traboccare il vaso mi sembra molto azzeccato per spiegare questo processo: esiste un limite per ogni contenitore e quando quel limite viene oltrepassato l’equilibrio si spezza. Così accade che la persona, che tanti sforzi ha fatto per dimostrarsi accogliente e comprensiva, si ritrova a utilizzare una modalità relazionale rabbiosa, iper-critica e biasimante, decisamente fuori dai suoi schemi abituali. A questo punto entrambe i “giocatori” si mostrano basiti per ciò che sta accadendo: chi viene accusato resta attonito rispetto alla reazione imprevista e insolita del suo partner; di contro colui/colei che finora ha mostrato grandi doti di comprensione rimane disorientato dalla portata della propria stessa rabbia.
Tutte e due le persone finiscono col provare un’emozione spiacevole, caratterizzata da un profondo senso di solitudine (“Nessuno mi può capire. Questo è il mio destino”) e ciò è quello che noi analisti transazionali chiamiamo Tornaconto negativo.
Adesso che teoricamente abbiamo inquadrato il “gioco” e le sue componenti torniamo alla nostra questione iniziale: “Perché abbiamo bisogno di inchiodare l’altro ai suoi errori?
Come scritto in precedenza Berne in uno dei suoi libri più famosi lo chiama il gioco del “T’ho beccato figlio di puttana!”.
Per quali motivi abbiamo bisogno di cogliere l’altro con le mani nel sacco? E questo che effetti produce nella relazione?
Cominciamo col dire che chi accusa lo fa per legittima difesa (e quindi non andrebbe biasimato): la persona che punta il dito si sente fortemente minacciata dagli eventi.
Argomentare a favore delle proprie ipotesi (“Te l’avevo detto che mi tradivi e adesso ne ho le prove!!) è un modo per ricompattare la propria identità frammentata dal dolore, ricostruendo una cronologia degli eventi, attribuendo un senso logico, coerente e consequenziale a ciò che fino a quel momento ci ha mandato in tilt.
Possiamo quindi dire che questo gioco ha una funzione adattiva per la persona, almeno in una fase iniziale. Confermare a se stessi e all’altro di avere ragione ci permette di riacquistare il potere che sentiamo vacillare all’interno della relazione.
Tuttavia nel momento in cui trasformiamo ogni tipo di rapporto in una lotta per il potere perdiamo di vista il senso del rapporto stesso, che certo non è la sopraffazione, il prevalere di uno dei due sull’altro, ma la cooperazione per ottenere un obiettivo comune.
Banale no? Ma provate a pensare alle tante situazioni in cui l’obiettivo comune scivola sullo sfondo, spinto dall’ingombrante bisogno di AVERE RAGIONE.
Chi gioca a “T’ho beccato figlio di puttana”, come a tutti i giochi, lo fa inconsapevolmente, cerca di tirare una fune dalla propria parte (per giunta con un notevole dispendio energetico) nell’illusione di portare l’altro nella propria zona di comfort.
Ciò che invece accade è che più si strattona la corda, più la persona che vogliamo avvicinare viene allontanata: enfatizzare gli errori, stimolare la vergogna e il senso di colpa non può che creare una distanza abissale tra noi e il nostro partner.
Chi viene accusato si sente non compreso, biasimato e in “una terra di nessuno” del tutto inaccessibile all’altro; tuttavia anche chi “smaschera” finisce col provare un’emozione di forte solitudine, dettata dal maldestro tentativo di contatto appena fallito.
In definitiva entrambe le persone terminano il gioco con un tornaconto negativo, ovvero un senso di sé caratterizzato da profonda inadeguatezza.
C’è qualcosa che possiamo fare per fermare questa dolorosa giostra?
Visto che è una dinamica al di fuori della nostra consapevolezza non è propriamente semplice non cadere nella trappola, ma ci sono delle domande che possiamo porci per comprendere se stiamo entrando in un “gioco” oppure no. Eccole:

– Qual è l’obiettivo che ho nel dire quello che sto per dire?

– Di che cosa ha bisogno il mio partner in questo momento?

– Qual è il mio desiderio autentico, celato dall’“esigenza” di avere ragione? /Posso trovare un modo più efficace per esprimerlo?

Ovviamente non è un esercizio facile, molto spesso ci capiterà di porci queste domande retroattivamente (cioè quando è troppo tardi); oppure sentiremo di non aver le energie per contrastare un processo che è sicuramente automatizzato (come la strada segnata della locomotiva); in certi casi il nostro desiderio di ferire l’altro sarà più forte di tutto e infine a volte avremo bisogno di perderci per poterci ritrovare.
Tuttavia se amiamo davvero è uno sforzo che vale la pena di fare, per la persona amata, ma soprattutto per NOI stessi.

BIBLIOGRAFIA

• Berne, E. (1964), A che gioco giochiamo, Bompiani, Milano, 1968
• Berne, E. (1971), Analisi Transazionale e psicoterapia: un sistema di psichiatria sociale e individuale, Roma, Astrolabio.
• Berne, E. (1979), Ciao…e poi, Bompiani, Milano, 1979
• Bianchini S. (1994), Il gioco psicologico: una reciproca costruzione del reale, in “Polarità”, 8, pp.53-64
• Cavallero, G.C. (1997) Coazione a ripetere e copione. Costellazioni, 1, 10-17.
• Karpman, S. (1968). Fairy tales and script drama analysis. Transactional Analysis Bulletin , 7, 26, 39-43.
• Schiff A., Schiff J. (1971). Passività. In: Scilligo P., Bianchini S., (a cura di) I premi Eric Berne. Roma: IFREP
• Stewart, I., Joines, V. (1990). L’Analisi Transazionale: guida alla psicologia dei rapporti umani. Milano: Garzanti

[/read]

Scarica questo articolo in PDF

Cherofobia: la paura della felicità

L’auto-sabotaggio a un passo dal traguardo.

Dopo vari anni di esperienza clinica penso di poter dire che ne soffre una parte consistente di pazienti e non pazienti (solo che i primi, avendo la motivazione a guardarsi dentro e a mettersi in gioco, entrando in contatto con i labirinti del proprio universo emotivo, hanno qualche possibilità in più di venirne a capo….. )

Parola sconosciuta ai più, resa virale qualche giorno fa da una giovane cantante, viene dal greco e possiamo tradurla letteralmente come “avversione alla felicità”.

La cherofobia è un atteggiamento, di natura preconscia (o totalmente inconscia) che fa sì che la persona si metta nella condizione di evitare esperienze che invocano emozioni positive.
Più comune nell’occidente e tra i giovani, per il resto è una fobia assolutamente democratica e ubiquitaria: non fa distinzione di ceto sociale e ancor meno di sesso.

Uno dei tanti motivi per cui la cherofobia può svilupparsi è la convinzione irrazionale che quando si diventerà felici, si verificheranno quanto prima eventi negativi che contamineranno quella felicità, in modo da pareggiare (come minimo!!!) i conti col fato.

Proviamo a spiegarla da un punto di vista Analitico-Transazionale.

Utilizzerei uno dei concetti-pilastro del modello AT: il copione.

“Il copione è un piano di vita che si basa su una decisione presa durante l’infanzia, rinforzata dai genitori, giustificata dagli eventi successivi e che culmina in una scelta definitiva” (Berne, 1968).

Nel tempo varie critiche sono state mosse a questa definizione, ritenuta troppo rigida e patoligizzante.

Fanita English (1988) per esempio considera deterministico l’approccio di Berne e preferisce parlare di copione come di uno schema esistenziale che aiuta (anche) nella comprensione della realtà che ci circonda.

Ne consegue che se per Berne lo scopo della terapia è l’autonomia dal copione, per la maggior parte degli Analisti Transazionali di nuova generazione (me compresa) l’obiettivo della terapia è l’autonomia da parti di copione, quelle che limitano l’espressione e l’auto-realizzazione della persona.

Ma torniamo a Berne e soffermiamoci su un aspetto del copione approfondito (secondo me in maniera magistrale) prima da lui e poi da Taibi Kahler: il processo di copione.

Il processo di copione riguarda il modo di vivere il copione nel tempo. Sebbene i piani di vita, essendo influenzati da tantissime variabili siano potenzialmente infiniti, secondo gli autori esistono solamente 6 tipi di copione, se prendiamo come riferimento il modo che la persona ha di approcciare al tempo.

Trovo che uno di questi, il copione DOPO, è fortemente collegato con il tema di questo articolo: la cherofobia.

Farò una breve disamina dei 6 copioni, ad ognuno dei quali Berne ha associato un mito greco, per poi soffermarmi in maniera più approfondita sul copione DOPO.

[read more=”Leggi tutto…” less=”Leggi meno”]

I 6 COPIONI

 

COPIONE FINCHE’
Nel copione FINCHE’ la convinzione di fondo della persona è “Non potrò essere felice finchè…”.
E quindi “Non potrò essere felice finchè… non mi sarò laureato, non avrò incontrato l’anima gemella, non avrò figli, non sarò andato in pensione, mio figlio non si sarà sistemato, etc…”
Si vive proiettati in un futuro ipotetico iper-idealizzato, dimenticando le potenzialità del presente.
Come immagino intuirete, qualora si raggiunga l’obiettivo tanto agognato, lo schema prevede che si sposti il traguardo un po’ più in là….
Mi sono laureato? Ok, non potrò essere felice fino a quando non avrò finito il dottorato…. Ho finito il dottorato? Ok, sarò felice quando diventerò ricercatore, etc….
Il mito associato a questo copione è il mito di Ercole, che non sarebbe diventato un semidio fino al compimento delle 12 fatiche.

 

COPIONE MAI
L’idea sottostante al copione MAI è “Non posso avere proprio quello che più desidero…”
La persona nel copione MAI per esempio potrebbe affermare: “L’unico desiderio che ho è di trovare lavoro”, senza rendersi conto tuttavia che non sta attivando nessuna reale risorsa in quella direzione.
Tantalo è l’archetipo di questo tema: rimase in eterno affamato e assetato perché non mosse un passo né nella direzione dell’acqua, né nella direzione del cibo.

 

COPIONE SEMPRE
La persona in questo copione ha l’impressione di ripetere sempre lo stesso errore, di fare sempre la stessa strada, trovandosi puntualmente al punto di partenza.
Il mito greco di riferimento è quello di Aracne, costretta dalla punizione di Minerva a tessere una tela per l’eternità.

 

COPIONE QUASI
Chi è in questo copione si attiva molto (potremmo dire anche si sforza o si iper-attiva) per raggiungere i suoi importanti obiettivi, ma fallisce sempre a pochi metri dal traguardo.
Lo schema interno sembra essere: “Non ce l’ho fatta per poco, c’ero quasi riuscito, ma la prossima volta…. ”
Associato a questo tema c’è il mito di Sisifo, che spingeva un masso in salita lungo un pendio per vederlo immancabilmente rotolare giù ogni volta che si apprestava a raggiungere la cima.

 

COPIONE A FINALE APERTO
Questo copione assomiglia al copione FINCHE’ per il fatto di avere un particolare punto di cerniera, un momento topico nella percezione del tempo.
Se ne differenzia per il senso di vuoto che la persona sperimenta nel momento in cui si realizza ciò che aveva desiderato. Non c’è, come nel copione FINCHE’ un continuo spostamento di obiettivo, ma un senso di angoscia rispetto al proprio sé.
Es. “Adesso che i figli se ne sono andati via di casa, che sarà di me?
Chi è nel copione A FINALE APERTO guarda al futuro come se fosse un copione teatrale a cui l’autore ha dimenticato di scrivere il finale…”
Il mito greco associato a questo tema è quello di Filemene e Bauci, una coppia di anziani che, diversamente da altri, accoglieva gli déi che si presentavano loro sotto forma di stranieri stanchi del viaggio. In ricompensa della loro gentilezza gli déi allungarono loro la vita trasformandoli in alberi vicini coi rami intrecciati.

 

COPIONE DOPO
Ho scelto di trattare questo copione per ultimo (anche se nei manuali di AT viene citato dopo il copione FINCHE’) perché secondo me è quello più attinente al concetto di cherofobia.

Chi è nel copione DOPO è intrinsecamente convinto (e certo non basteranno argomentazioni razionali a dissuaderlo!?) che pagherà dopo (e con interessi da usuraio!!!) la felicità che sta sperimentando o che vorrebbe sperimentare.

Il mito collegato a questo copione è quello di Damocle.

Finché Damocle era inconsapevole della spada che aveva sospesa sopra la testa mangiava, beveva e si divertiva a più non posso; ma dal momento in cui vide la spada (e realizzò che poteva morire da un momento all’altro) non poté più essere felice.

Da cosa ha origine un copione DOPO?

Impossibile dirlo con certezza. Posso dire dalla mia esperienza clinica che è abbastanza tipico di persone, le cui famiglie di origine avevano un rapporto conflittuale col piacere (e per conflittuale intendo di negazione, di svalutazione, ma anche di iper-investimento).

Anche eventi traumatici possono avere il loro peso nello sviluppo della cherofobia. Se mi è capitato qualcosa di veramente brutto (per esempio un incidente) posso convincermi (e anche questo è un processo del tutto irrazionale, per certi versi potremmo dire folle) che l’unico modo per evitare un altro evento catastrofico è non sfidare la sorte con la mia “eccessiva” felicità.

E’ per questo che il cherofobico tiene un “basso profilo”, mantiene attivo un certo livello di nevrosi, nella convinzione che questo lo salverà da guai peggiori.

Come si interviene su un copione DOPO e quindi sulla cherofobia?

Senza dubbio “picconare” a colpi di logica un pensiero magico radicato nella persona (per i motivi più disparati e disperati) è una strategia assolutamente fallimentare.
Se avete mai provato a convincere qualcuno che ha paura di volare che l’aereo è il mezzo più sicuro del mondo, capirete le mie parole…

L’unica strategia è accogliere la “follia”, follia che tutti abbiamo dentro e che per fortuna utilizza un alfabeto (si spera) noto ai terapeuti.

L’obiettivo non è il contro-incantesimo, ma quello di accompagnare la persona nel lungo e tortuoso percorso di svincolo dalle proprie credenze irrazionali.

L’Analisi Transazionale utilizza delle tecniche specifiche per affrontare la cherofobia?

Direi che la “Ridecisione” (Goulding M. & Goulding R.; 1979) ben si presta a risolvere questo tipo di problema.

La ridecisione, più che una tecnica, è un vero e proprio approccio terapeutico che combina la teoria dell’AT con la prassi della Gestalt.

Si basa sulla convinzione che qualsiasi individuo prende delle decisioni durante l’infanzia o in momenti di forte stress, decisioni che in quel momento sono adattive e, potremmo dire, finalizzate alla stessa sopravvivenza, ma che poi risultano limitanti (pensate a una zaino di 30 kg, con dentro tenda a prova di ghiaccio, sacco a pelo e viveri per 2 settimane. In montagna è fondamentale, ma lo portereste con voi per andare a fare una passeggiata in centro?!).

Per uscire da ciò che noi Analisti Transazionali, come avrete capito, chiamiamo Copione la persona deve entrare in contatto con le emozioni autentiche che provò all’epoca della decisione, esprimerle e decidere (visto che quella scelta aveva un senso allora, ma oggi non lo ha più) una nuova strada per sé.

Questo può essere ottenuto rivivendo scene remote, arcaiche o anche fantastiche (es. i sogni) e mettendo in comunicazione con tecniche specifiche (una fra tutte la tecnica Gestaltica delle due sedie) parti di sé in conflitto.
Sembra semplice? Può diventarlo, ma solo in una fase avanzata della terapia.

Giusto per non fuorviare/illudere nessuno, direi che la ridecisione è un processo che può essere facilitato dal terapeuta soltanto dopo un ampio lavoro preliminare.

Per usare una metafora, ancora una volta sul volo (avrete capito che per me questo è stato un tema caldo…) la ridecisione è un po’ come il decollo di quell’aereo che ci porterà altrove. Tutti sappiamo che non è stato facile arrivare a prendere quell’aereo…

 

BIBLIOGRAFIA

– Berne, E. (1964), A che gioco giochiamo, Bompiani, Milano, 1968
– Cornell W.F – De Graaf A. -Thunnissen M. (2016), Dentro l’AT. Fondamenti e sviluppi dell’Analisi Transazionale, LAS, Roma, 2018
– English F. (1988) Whiter Scripts? Trad. it. Scilligo, P. – De Luca ,M. L.- Tosi, M.T. (Edd.) (1997), Analisi del copione strategie e tecniche di intervento, in “Teorie e Tecniche in Psicologia Clinica. Clinica Integrata- Unità 4”, Roma, IFREP
– Goulding R. and M. (1979), Il cambiamento di vita nella terapia ridecisionale, Astrolabio, Roma, 1983
– Kahler , T. (1978), Transactional Analysis Revisited, Human Development Pubblication, Little Rock
– Pearls F. S. & Hefferline R .F. & Goodman P; (1971).Teoria e pratica della terapia della Gestalt. Roma: Astrolabio

[/read]

Scarica questo articolo in PDF

Human Beings, contaminazione e processo di decontaminazione

Il codice etico dell’EATA (European Association for Transactional Analysis) fornisce linea guida per le organizzazioni nazionali affiliate e per ciascun membro con l’obiettivo di aiutare i professionisti ad usare l’Analisi Transazionale nei campi della Psicoterapia, del Counselling, dell’Educazione e delle Organizzazioni in un modo etico.
Il codice etico dell’EATA è stato scritto rispettando ciò che viene affermato nella “Dichiarazione universale dei diritti umani” (1948).
I valori di base su cui si fonda sono:

– Dignità degli esseri umani;
– Auto-determinazione;
– Sicurezza;
– Salute;
– Reciprocità.
Per quanto riguarda la Dignità dell’essere umano (Dignity of human beings)
il codice etico EATA recita: «Ogni essere umano ha valore, indipendentemente da sesso, posizione sociale, credo religioso, origine etnica, salute fisica o mentale, convinzioni politiche, orientamento sessuale»
Tale affermazione è coerente con il primo principio filosofico dell’AT:
Io sono Ok, Tu sei OK.

Ora però guardate attentamente queste foto:

E’ probabile che nel soffermarvi su alcune di esse abbiate sperimentato un’emozione spiacevole.
“Tutti possiamo essere in grado di sviluppare strategie consapevoli, mediante l’educazione della nostra consapevolezza Adulta circa l’importanza della differenza, ma che succede quando crediamo una cosa e ne sentiamo un’altra?”
(Hargaden & Sills, 2002)
E’ interessante notare che l’etimo della parola «Satana» deriva da «Altro», quindi chiunque non sia «me» o «Noi» è «Altro» e ciò può far scaturire tanto la curiosità quanto l’angoscia.”
Usando il linguaggio dell’Analisi Transazionale potremmo dire che quando inseriamo la diversità nello schema dell’okness, allora diventa facile capire come una proiezione inconscia di un aspetto scisso del sé (G1) sull’altro, basata sulla diversità dell’altro, possa manifestarsi sia consciamente che inconsciamente.

[read more=”Leggi tutto…” less=”Leggi meno”]

In altre parole possiamo sperimentare rispetto alle differenze con l’altro emozioni piacevoli ed emozioni spiacevoli, ma soprattutto le emozioni possono essere consce o inconsce.
Nel tentativo di dare coerenza a livello cognitivo (dare coerenza a livello cognitivo è una delle principali strategie che utilizziamo per diminuire i livelli di ansia) la mente può far ricorso alla teoria implicita della personalità (TIP, Cook 1970; 1984) secondo la quale, sulla base di credenze sociali, tendiamo a mettere insieme alcune caratteristiche di personalità (ad es. potremmo pensare che la donna che ha fatto massiccio ricorso alla chirurgia plastica è una persona di poco spessore; che l’uomo che ha preso in sposa una bambina ha delle perversioni sessuali; che il ragazzo africano che indossa l’estensore appartiene a una tribù primitiva; che la persona che sta ingurgitando fritti non faccia altro dalla mattina alla sera, etc….)

Nel modello Analitico Transazionale possiamo spiegare questo processo mediante il concetto di Contaminazione.
“Le contaminazioni rappresentano le inclusioni normalizzate di parte di uno stato dell’Io dentro l’altro” (Berne,1961/1971 pag. 60)
Inclusioni normalizzate significa che sono percepite come egosintoniche nello Stato dell’Io presente, cioè che il proprio sentire è percepito come coerente con il sé: (ad es. “E’ normale che io provi repulsione per l’uomo che ha preso in sposa una bambina!”)
Che ne è a questo punto del rispetto di tutte le forme di differenze? E’ possibile che, nel vedere quelle immagini, in alcuni di voi si sia sviluppato un conflitto (come metto insieme le immagini che ho visto con la convinzione che qualsiasi modo di essere al mondo è Ok?) La natura di questo conflitto è in parte preconscia in parte conscia. La funzione della contaminazione è quella di far ignorare il conflitto, ma può accadere che gli stati dell’Io implicati emergano sotto forma di sintomi (analogia con il concetto che Freud nel 1917 descrisse come formazione di compromesso.)
Berne afferma che: la Contaminazione è perfettamente rappresentata da alcuni tipi di pregiudizi (Genitore che contamina l’Adulto) da una parte e da convinzioni deliranti (Bambino che contamina l’Adulto) dall’altra.

Come si interviene in AT quando si presenta questa condizione?

Attraverso il processo di Decontaminazione.

“La Decontaminazione è un processo cognitivo, emotivo e corporeo, tramite il quale la persona diventa capace di riconoscere gli elementi contaminanti dei propri stati dell’Io e separarli.” (Cavallero, 1998)
“Il compito della Decontaminazione è quello di portare alla luce le relazioni interne, e principalmente quelle conflittuali e confusive, in modo da renderle gestibili, con tutta la sofferenza che ciò comporta.” (Cavallero, 1999)

Esistono quattro fasi nel processo di Decontaminazione:
1) La persona prende se stesso e il proprio comportamento come oggetto di osservazione, utilizzando un’area non contaminata dell’Adulto.
2) La persona diventa consapevole che alcuni comportamenti, sentimenti o pensieri sono incongruenti con il suo Sé attuale.
3) La persona riconosce che gli aspetti di sé non congruenti sono «reliquie arcaiche» della propria vita passata o introiezioni di figure parentali.
4) La persona accoglie come propri i suoi diversi stati dell’Io e se ne assume la responsabilità.

Per tornare alle foto, il processo di decontaminazione mi permette di diventare consapevole che talune attribuzioni di significato non sono universali, ma nascono dalla mia esperienza, dalla mia storia (quindi tanto dai miei pregiudizi, quanto dal mio mondo interno!) Solo una volta acquisita la consapevolezza di questo (processo che spesso comporta della sofferenza) ho la possibilità di assumermi la responsabilità dei miei pensieri/vissuti/comportamenti e solo in questo momento mi metto nella posizione di poter cambiare qualcosa dentro di me….

 

BIBLIOGRAFIA
– Berne, E. (1957). Ego States in psychotherapy. The American J. of Psichotherapy, 11, 293-309. (Reprinted in: Intuition and ego states, 1977).
– Berne, E. (1961). Transactional analysis in psychotherapy. A systematic individual and social psychiatry. New York: Grove Press.
– Cavallero, G. C. (1998) La decontaminazione. In: Novellino M. L’approccio clinico dell’Analisi Transazionale. Milano: FrancoAngeli.
– Cavallero, G. C. (1999). Il cambiamento atteso durante la fase di decontaminazione. Costellazioni, 3, 19-25
– Cook, M. (1970) Experiments on orientation and proxemics. Human Relations, 23, 61-76.
– Freud (1915-1917).Opere. Vol. 8: Introduzione alla psicanalisi. Torino: Bollati-Boringhieri
– Hargaden H, & Sills C, (2002) Analisi Transazionale una prospettiva relazionale. ANANKE
[/read]

Scarica questo articolo in PDF.